• AC Scuola Montessori APS

Un fiocchetto lilla

di Giorgia Carducci

4C Liceo delle Scienze Umane - opz. Economico/Sociale



Per molti il 15 marzo è una data insignificante, un giorno come un altro; qualcuno la associa alle Idi di marzo, ma per altri invece è il giorno in cui tante farfalle cittadine di diversi fiori abitano uno stesso prato, non sentendosi più sole.

Il 15 marzo è la Giornata nazionale del Fiocchetto Lilla dedicata ai Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA), un fenomeno purtroppo molto diffuso nella nostra società.

I DCA sono patologie mentali, tradotte in abitudini disfunzionali nell’alimentazione di un individuo.

Negli ultimi tempi i casi sono in notevole aumento e circa il 90% dei pazienti è rappresentato da soggetti femminili in età adolescenziale; tuttavia, è bene ricordare che i disturbi alimentari non hanno età e non hanno genere.

Le forme di DCA più diffuse sono l’anoressia nervosa, la bulimia nervosa e il binge eating; sono descritte nel DSM-5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali), in cui è prevista anche l’esistenza di feeding disorders e dei disturbi alimentari sottosoglia. Molte volte i soggetti affetti da queste patologie non presentano tutti i criteri diagnostici elencati e, conseguentemente, non vengono seguiti come dovrebbero; per cui le percentuali non possono considerarsi troppo attendibili.

Ciò che accomuna ogni disturbo alimentare è il notevole impatto che questo ha nella sfera sociale, relazionale, lavorativa, medica ed emozionale degli individui interessati; inoltre, sono malattie frequentemente accompagnate da altri disagi psichici come la depressione, attacchi d’ansia, disturbi della personalità e abuso di sostanze.

Allora cos’è un disturbo alimentare, se non un sentiero oscuro in cui spargi pezzi di te fino a quando non rimarrà più nulla?

Per comprendere di cosa stiamo parlando, vi racconterò la storia di una ragazza, di cui non dirò il nome, e che io ho voluto chiamare Margherita. La margherita è un fiore dato per scontato o considerato banale; che non crede mai di essere la prima scelta di qualcuno, perché ci sarà sempre una rosa più bella di lei; che si sente sempre troppo pesante a causa dei suoi bianchi petali cui le persone affidano i propri sentimenti più nobili e vorrebbe sbarazzarsi di quei macigni all’apparenza così delicati, ma una volta strappati uno a uno, non riesce mai a sentirsi abbastanza leggera. E Margherita si è sempre sentita troppo, e mai abbastanza, anche quando di lei è rimasto un semplice gambo che presto o tardi si sarebbe afflosciato per sempre.

Le chiesi il racconto di una vita, o meglio, di una sofferenza, vissuta in bilico tra la struggente invisibilità e la vulnerabile visibilità; e lei mi concesse il dono della confidenza. Il 2020 e l’avvento della pandemia sono stati distruttivi per la maggior parte di noi: ci ha visto combattere contro un nemico invisibile e trasportatore di dolore accumulato negli anni, che ha potuto essere degnato di ascolto solo grazie al tempo che abbiamo dovuto trascorrere con noi stessi, reimparando a dialogare con quell’io dimenticato. Spesso, però, i dialoghi possono prendere brutte pieghe e lo scambio di battute si tramuta in uno scambio di odio. Quello stesso odio che ha persuaso Margherita con il suo tono frastornante e aggressivo, ma al contempo così affascinante e onnipresente a portarla ad ammalarsi di anoressia nervosa. Tutto comincia nel maggio 2020, quando si accorge di aver preso due chili; allora decide di cambiare le abitudini quotidiane e alimentari per “rimettersi in forma”. Inizialmente, mangia un po’ di meno, curando la qualità dei suoi cibi: proteine magre, verdura, niente carboidrati.

Perde peso in poco tempo e tutti si complimentano con lei, lasciandola sempre più soddisfatta di sé, accrescendo l’autostima della giovane. Ma nessuno poteva sapere di star alimentando quel mostro recondito, che abitava la sua mente e si faceva ogni giorno più invasivo. È l’ottobre 2020 quando qualcuno comincia a dare i primi segni di preoccupazione per la sua salute, ma lei respinge le premure costruendo muri di confine talmente alti da oscurare ogni possibile spiraglio di luce. Ed è di lì a breve che nel dicembre ha la sua prima luna di miele, ovvero il periodo migliore per ogni soggetto anoressico in cui ci si nutre solo della potenza della malattia che urla come non si abbia bisogno di niente e di nessuno. Si avvicina Natale, e con questo l’ansia di quei cibi calorici e cattivi che lei odia. Ma quando ha cominciato ad avvertire questo astio per qualcosa che ha sempre amato? Non lo sa, e quando si pone questa domanda apre gli occhi per guardare in faccia la realtà e riconosce di avere un problema.

Chiede aiuto, ma la sua anima implorante è stata più volte messa a tacere dagli altri. Quante volte si è sentita dire che stava così bene? Quante volte le ragazze dicevano di invidiare il suo corpo per quanto fosse magro? O, ancora, quante volte le hanno chiesto se da grande volesse fare la modella con quelle bellissime gambe snelle, senza mai considerare come non avesse nemmeno la forza di compiere un passo di un eventuale sfilata? Ma soprattutto quante volte la gente si è permessa di definire l’intensità del suo tacito dolore senza che lei potesse controbattere?

È gennaio 2021 quando comincia un percorso di riabilitazione con il medico di famiglia, ma il dottore non coglie le sue esigenze e la fa sentire ogni giorno peggio; anche il percorso di psicoterapia risulta inefficace. Tuttavia, cominciano a emergere le vere motivazioni nascoste dietro a quel mantello di ossa: una personalità perfezionista, numerosi episodi di bullismo, un ambiente familiare complesso e irrisolto… Perché Margherita, mi disse in un sussurro, che anoressia non è ricerca di un ideale irrealistico di bellezza, una corsa alla vanità o un capriccio; è un malessere interno che deve essere visto, perché nessuno è stato disposto ad ascoltarlo prima.

A marzo ha la sua seconda luna di miele e arriva al peso più basso. In un anno ha perso circa venti chili, le mestruazioni, il sorriso, gli amici, sé stessa; ha escluso tutti i conoscenti dalla sua vita e quindi l’unica con cui parla è quella vocina nella sua testa.

I mesi passano e arriva maggio, quando sceglie di guarire e mai si sarebbe aspettata che ciò potesse accadere proprio grazie a ciò che lei ha sempre temuto di più: gli altri. Ha riscoperto la forza di un abbraccio, di una parola, di una carezza, tutte cose che da sola non si è mai concessa.

Ora Margherita è seguita in un centro specializzato e continua a lottare ogni giorno contro quelle voci che hanno cercato di attirarla nella tana della morte.

Si sente spesso felice e mi ha raccontato di quella volta in cui guardando un bambino baciare suo padre, ha sorriso come se fosse parte della scena. Perché la meraviglia della rinascita, mi ha detto, consiste nel riscoprire la bellezza delle piccole cose, sapendo che non si è mai di troppo e non si deve dimostrare continuamente di essere abbastanza.

Non mi sono mai reputata brava nel raccontare le persone in prosa; quindi, ho preferito ritrarre in versi l’esperienza di molte persone come Margherita, sperando di riuscire a trasmettere la loro vera essenza.





Mamma, non volevo farti piangere Sognavo solo di volare come farfalla Che tra i fiori primaverili balla sulla musica della vita e posa leggiadra come una piuma Impercettibile nelle notti di piena luna. Papà, non volevo farti piangere Desideravo solo togliermi di dosso quella pesantezza, magari concedendo a me stessa una semplice carezza che però non è mai arrivata a riempiere quei rumorosi silenzi, chiasso dei pensieri repressi. Mamma, papà, non volevo farvi piangere quando finalmente stavo diventando quella farfalla e mi sentivo così potente e bella, luminosa come una stella, e non capivo che quella luce che vedevo si colorava di un sempre più intenso nero. Mamma, papà mi sono innamorata! Oh vi prego non chiedetemi di chi, Perché non potrei rispondere, Sarebbe meglio domandare di cosa E vi incanterei presentandola come la più bella di ogni docile rosa di un giardino deleterio, chi ha mai detto che fosse un cimitero? Mamma, papà perché non volete vedermi felice? guardate come sono leggera, delle persone, la più vera! Era la bugia che ripetevo mentre sorridendo, piangevo Senza accorgermi delle lacrime Scivolate sulla mia muta lapide che mi stavo lentamente costruendo, piano piano, il mio malato cervello nutrendo. Mamma, papà non mi sento bene No, no, non ho fame, perché sempre me lo chiedete? Smettetela, ora sto bene, veramente. Vado a studiare nella mia camera, No, ceno più tardi quando voi dormirete, devo finire gli esercizi questa lunghissima pagina. Mamma, papà, non voglio vedere nuovi vestiti Mi stanno tutti stretti Ecco perché non metto più quei pantaloni che mi avete regalato, troppo fascianti per le mie cosce giganti, Meglio questo pantalone della tuta, no no non mi cala, devo solo correggere la postura. Mamma, papà, oggi sono quasi svenuta Ma c’era la mia amica per fortuna Mi ha preso prima che sbattessi la testa sul marciapiede anche se nella mia testa continuo a vedere le comete. Mamma, papà, ogni tanto sento una vocina che mi sussurra, ed è sempre più vicina, Mi comincia a fare paura E non riesco più a fare la dura, È così sensuale da trascinarmi nell’oblio senza concedermi nemmeno un addio. Aiuto. Aiuto. Aiuto. Aiuto. Mi sto trasformando in una farfalla, Con delle bellissime ali lilla E sto volando nel punto più alto del cielo Mentre guardo i miei cari da questa parte del velo. Vi amo, vi ho sempre amato, ora non piangete questo mio gesto disperato, Perché ho finalmente capito che una vita ho sprecato Perché dall’odio per me stessa, lo sguardo era accecato. Avrei potuto condividere altri pezzi della loro storia Invece di perdermi nella loro memoria Se avessi capito capito prima Che non esiste forza più nobile Dell’ammettere le proprie fragilità, Ribellandosi a quel tossico richiamo di finta vanità, Dello scoprirsi amabile, Non miserabile, Dell’iniziare ad amare la vita Fottendo la malattia, ormai avvilita. Ma soprattutto Di iniziare ad amare se stessi, il più ammirevole dei quotidiani successi.


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