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Arte, potere e diritti umani: il caso Guernica

di Riccardo Rizzo

5B Liceo Scientifico - opz. Scienze Applicate


Guernica è senza dubbio l’opera più famosa di Picasso, e forse anche l’opera simbolo del XX secolo. Il quadro, di dimensioni gigantesche (349,3×776,6 cm), è stato realizzato nel 1937 per l’esposizione universale di Parigi. Inizialmente l’artista non aveva le idee chiare su cosa esibire nella capitale francese, tanto che ad aprile non aveva ancora prodotto nulla, e l’esposizione sarebbe stata inaugurata a luglio. Poi però, il 26 aprile, l’aviazione tedesca e quella italiana, in appoggio con le truppe di Francisco Franco, radono al suolo con un bombardamento a tappeto il piccolo paesino di Guernica, nei Paesi Baschi.


La Spagna non stava attraversando un periodo tranquillo: era infatti in corso una guerra civile tra i repubblicani e i nazionalisti, capitanati proprio da Francisco Franco, che di lì a poco sarebbe salito al potere (1939). A differenza di come si possa pensare, però, Guernica non era un punto chiave nella guerra, anzi. Il pretesto era la distruzione di un ponte situato lì vicino, il ponte Rentería, che sarebbe dovuto essere un importante snodo per le provviste, ma che in realtà non aveva nessun ruolo militare. Così, con un semplice pretesto e moltissime bombe, la Legione Condor rase completamente al suolo il villaggio basco.


Dopo esserne venuto a conoscenza Picasso, che era nel pieno della “età dei mostri” (un periodo che va dal 1925 al 1937, in cui esprime nelle sue opere il suo impegno sociale e politico), capì che non poteva rimanere indifferente dinanzi a tali atrocità e decise che quello sarebbe stato il soggetto del suo capolavoro assoluto. In poco più di un mese realizzerà un’opera che descrive a pieno gli orrori della guerra, e lo farà a modo suo, secondo le sue regole. Sarà un’opera controversa, che non sarà compresa subito.



Inizialmente ci si aspettava infatti quasi una chiamata alle armi per il popolo spagnolo, che invece si ritrova un’opera in bianco e nero che sembrava semplicemente rappresentare il dramma di una guerra che era solo agli inizi. Col tempo però Guernica fu analizzata e la vera natura dell’opera venne fuori. Picasso era riuscito a mettere su tela gli orrori della guerra come mai nessun altro. Un’opera di denuncia senza eguali, unica nel suo genere, tanto da diventare un vero e proprio simbolo contro la guerra, tanto che arriverà perfino nella sede dell’ONU.


Un’importante caratteristica di Guernica è il trattamento che ha ricevuto dopo l’esposizione di Parigi. Picasso si era infatti raccomandato di far tornare il quadro in Spagna solo quando sarebbe stata reinstaurata la democrazia. Fino ad allora il quadro sarebbe rimasto al sicuro, a New York, negli Stati Uniti. Tornerà al posto che gli appartiene nel 1992 (Picasso muore diciannove anni prima, nel 1973). Oggi si trova presso il Museo Nacional Centro de Arte Reina Sofía, a Madrid.


Esistono però anche altre versioni che si trovano in varie parti del mondo. Una in particolare si trovava fino a qualche tempo fa nella sede dell’ONU. Nel corridoio davanti alla sala del Consiglio di Sicurezza era posto infatti un arazzo raffigurante l’opera. Ogni volta quindi che i politici uscivano per le dichiarazioni alla stampa, l'arazzo veniva inquadrato sullo sfondo.


Questa scelta simbolica rappresentava a pieno lo scopo e il senso di Guernica, tanto che nel 2003, quando si parlava di una guerra in Iraq, i vertici dell’ONU ritennero opportuno oscurare l’arazzo con un drappo blu.



Guernica è infatti ancora oggi un simbolo contro la guerra, e nella sua simbologia e sul suo scopo ci sono molti punti in comune con i diritti umani. In particolare si può trovare un collegamento con l’articolo 19 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, che parla della libertà di espressione e della “possibilità di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.”


Picasso ha avuto non pochi problemi con il regime nazista a causa delle sue opere, non solo per ciò che rappresentavano, ma anche per gli stili espressivi. Il Fuhrer non approvava infatti le nuove tendenze artistiche, come il Cubismo o l’Espressionismo, che riteneva un insulto all’arte classica. Arrivò perfino a definire la loro arte “degenerata”. Per questo si impegnò a far ritirare queste opere dai musei e, in alcuni casi, a bruciarle.


Un personaggio fondamentale in questa situazione è stato Hildebrand Gurlitt, che aveva il compito di trovare e impossessarsi delle opere per conto del Reich.

La sua storia è molto particolare: nasce a Dresda, nel 1895, ed è un quarto ebreo di famiglia. Crescendo si appassiona all’arte, e diventa uno storico e mercante d’arte, appassionato soprattutto di quell’arte espressionista che di lì a poco sarebbe stata disprezzata e bandita nella Germania nazista.


Con la salita al potere di Hitler sapeva che se non avesse fatto qualcosa avrebbe rischiato l’arresto. Decise così di proporsi come mercante d’arte, e sorprendentemente riuscì nel suo intento, arrivando anche ad entrare nelle grazie del Fuhrer, che gli chiederà di allestire il suo museo d’arte. Museo che doveva comprendere, tra le tante opere, anche delle opere “degenerate”. Le stesse opere che aveva portato a far disprezzare dal popolo tedesco con le numerose mostre di entartete Kunst.


Lo Stato aveva infatti organizzato, verso la metà degli anni ’30, numerose mostre espressioniste, che avevano lo scopo di far disprezzare tale arte. Le mostre erano organizzate volontariamente in maniera confusionaria, disordinata, con tutte le opere disposte vicine tra loro, alcune per fino senza cornice. Il tutto era poi caratterizzato da numerose scritte che spiegavano al pubblico i vari motivi secondo cui questo tipo di arte “era sbagliata”. In poche parole, per contrastare l’arte espressionista usavano proprio l’arte espressionista… uno strano modo di fare propaganda, ma sicuramente molto efficace.


La storia di Hildebrand Gurlitt comunque rimane molto interessante, e anche molto importante nel mondo dell’arte moderna. Durante la guerra, infatti, girò per tutta l’Europa; in particolare nella Francia occupata, in cerca di opere per conto di Hitler. Opere che però non arrivavano sempre a Berlino. Molte delle opere che trovava infatti le teneva per sé, e le teneva al sicuro nella sua casa a Dresda. Probabilmente arrivò ad avere circa duemila quadri, tra cui molti di Matisse e di Picasso.


Nel ’45 però, a causa di un imminente bombardamento della città, il mercante d’arte fu costretto a portar via le sue opere, e a nasconderle in un fienile in campagna.

Alla sua morte passeranno tutte al suo primo genito, Cornelius Gurlitt, che le conserverà in segreto fino al 2010, anno in cui proverà a venderne una per problemi finanziari.

Durante il sopralluogo dell’ispettrice però, che si ritrova in un semplice appartamento di città, cominciano a nascere dei sospetti, che porteranno, con l’avanzare delle indagini, alla scoperta della grande collezione d’arte nazista.


In questo articolo ho voluto toccare vari argomenti, che possono essere collegati dal concetto di libertà d’espressione. Un argomento che, purtroppo, è fortemente presente ancora oggi. Oggi però, anche a causa di internet e dello sviluppo tecnologico, la libertà d’espressione tocca molti ambiti che all’epoca di Picasso non esistevano ancora.

Col tempo, infatti, all’arte “tradizionale” (come la pittura o la scultura), si sono affiancati altri tipi di arte, come il cinema, ma anche dei nuovi spazi, come gli spazi digitali, accessibili da chiunque disponga di una connessione internet. Così, il problema della libertà d’espressione si è espanso sempre di più fino a diventare un argomento da dibattito quotidiano, in quanto ormai tutti ne abbiamo a che fare.


A tale proposito il Consiglio d’Europa ha lanciato un Manifesto sulla libertà di espressione dell'arte e della cultura nell'era digitale, unitamente al progetto di una mostra digitale “Liberi di creare, creare per essere liberi” (digital@exhibition “Free to Create, Create do be Free”). La mostra digital @exhibition inizierà nel primo semestre del 2021 e permetterà agli Stati membri di esporre le opere d'arte che riflettono il ruolo essenziale della libertà artistica in una società democratica.


La Segretaria generale del Consiglio d'Europa, Marija Pejčinović Burić, si è così espressa nell’approvare il Manifesto sulla libertà di espressione dell’arte e della cultura nell'era digitale: "La libertà di espressione artistica fa parte della libertà di espressione, tutelata dall'articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell'uomo. Il Manifesto sulla libertà di espressione dell’arte e della cultura nell'era digitale è un impegno politico per promuovere il diritto degli artisti di esprimersi liberamente anche in circostanze difficili. La libertà di espressione artistica è sottoposta a crescenti pressioni. Un numero sempre maggiore di artisti, esperti e professionisti della cultura che toccano certi argomenti, dicono verità scomode, rendono visibile l'invisibile, sono oggetto di pressioni, censure, intimidazioni e vessazioni. Il Manifesto richiama l'attenzione su questi rischi e invia un chiaro segnale politico per proteggere l'apertura e la creatività, che sono elementi essenziali delle nostre democrazie”.


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