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La profezia del giudizio in Dante e Giotto

Una lettura comparata nel settimo centenario della morte di Dante


di Andrea Fundarò

4A Liceo Classico


"Come d’autunno si levan le foglie / l’una appresso dell’altra, fin che ‘l ramo / vede alla terra tutte le sue spoglie, / similemente il mal seme d’Adamo / gittansi di quel lito ad una ad una, / per cenni come augel per suo richiamo”. (Inf., III, 112-117)

Or sono secoli nel numero di sette, da che moriva il sommo poeta nella Ravenna che ospita il suo santo sepolcro, meta d’infiniti pellegrinaggi, lungi dal nido suo natale. Sette sono le virtù- le cardinali: prudenza, giustizia, fortezza e temperanza; le teologali: fede, speranza e carità- sette i vizi capitali (gola, accidia, superbia, avarizia, invidia, ira e lussuria), sette le piaghe d’Egitto, sette i sigilli, le trombe, gli angeli, i portenti e le coppe dell’ira di Dio nell’Apocalisse di Giovanni.


Non già nella cultura di matrice giudaico-cristiana quanto nelle più varie, il numero sette rappresenta il connubio di cielo e terra, la somma dei quattro punti cardinali e delle tre dimensioni cosmiche (terra, paradiso e inferno): è l’eterna perfezione che attinge allo spazio e al tempo, che guida l’uomo nel suo breve ramingare. Nessuno riuscì mai a dipingere il Giudizio Universale con lo stilo come Dante (1265-1321), con il pennello come Giotto (1267-1337), entrambi concittadini e coevi di una Firenze lacerata dalle “tre faville c’hanno i cuori accesi” (Inf., VI, 75), dalle tre fiere peccaminose che son la lonza lubrica, l’altero leone e la lupa avara dal magro ventre. Ed entrambi profetizzarono, chi nella politica chi nell’arte religiosa, la fine dei tempi, allorché giungerà il Figliuol di Dio a giudicare l’iniqua stirpe d’Adamo ed “egli separerà gli uni dagli altri come il pastore separa le pecore dai capretti, e porrà le pecore alla sua destra e i capretti alla sua sinistra” (Matt., 25, 32-33).


Universale sarà tale verdetto, in quanto comprenderà tutte quante le genti e nessuno riuscirà a scampare al fato a lui destinato: i beati saranno degni della Gerusalemme celeste e siederanno alla destra del Cristo, mentre i dannati sprofonderanno nelle viscere delle terra cacciati dal fiato rovente della Spada dello Spirito.


E ciò accadrà nella superna apocalisse, nella rivelazione della sostanza divina del Figlio a tutti coloro che ancora spirano, e non solo a quei tre apostoli che sul monte Tabor assistettero alla sua trasfigurazione; e suoneranno i cori angelici le fatali trombe e si schiuderanno i sette sigilli e appariranno agli occhi mortali miracolosi portenti e si riverseranno infine sulla marina e sul continente le coppe contenenti l’ira di Dio.


Questo l’evento catastrofico che il giovane Giotto, ormai maestro dopo l’apprendistato presso Cimabue, affresca sull’intonaco della Cappella degli Scrovegni in Padova, tra il 1303 e il 1305, insieme a un ciclo di vite della Vergine Maria, di Sant’Anna, di San Gioacchino e di Cristo e alle allegorie delle Virtù e dei Vizi.


Racconta la leggenda che allora, nel tempo in cui Dante era tutto intento alla stesura della sua Commedia, questi si sia imbattuto, forse per caso fortuito, nel già celeberrimo pittore, di cui fa le lodi per bocca di Omberto Aldobrandeschi nell’XI del Purgatorio: Dante, infatti, dopo il bando dell’autunno 1301, vagò di corte in corte alla ricerca di un albergo che ristorasse le membra, spossate dai frequenti viaggi, e massimamente l’anima, avvilita dallo status quo in cui riversava la sua amata patria, sino a giungere nella città patavina. Qui, come può dedursi dalle scarse fonti a noi tramandate, avrebbe proseguito la storia dell’ultraterreno cammino verso il paradiso, inserendo qui e là cenni autobiografici della sua vita da esiliato.


Ma torniamo al capolavoro del “buono imitatore della natura”, come lo definisce Giorgio Vasari nelle sue Vite: al centro dell’affresco la “nimica podesta”, retta dai tetramorfi apocalittici- l’uomo, il leone, il toro e l’aquila- i simboli dei quattro evangelisti, è attorniata da un ovale policromo, un arcobaleno dai sette colori. Dunque dodici angeli sporgono da questa rilucente figura non umana, quattro dei quali soffiano nelle tube che annunziano l’Omega. Alle estremità superiori due creature d’astrale essenza ripiegano la volta celeste “come un mare trasparente e cristallino” (Apoc., 4, 6), quasi fosse un immenso papiro, e lasciano scorgere lo sfarzo e la pompa della Gerusalemme celeste promessa agli spiriti eletti. In gruppi di tre s’affrettano i cori angelici, pronti tutti a conclamare la venuta del Messia, in alto i vessilli del regno di Dio. Nel registro inferiore, assisi in trono con sacrale solennità, stanno i dodici Apostoli disposti a mezzaluna, sei alla manca, sei alla destra del Cristo. Ecco montar dall’abisso della terra gli uomini, arrampicatori di pareti rocciose, nudi e spogli della purezza angelica, che s’apprestano a ricevere l’ultimo giudizio prima della vita eterna o dell’“etterno dolore”. Due nunzi divini sorreggono la croce di crudel rovere, simbolo dell’estremo sacrifizio per la salvazione dell’umanità, ai cui piedi offrono in ginocchio la cappella il committente e un canonico agostiniano. Infine alla sinistra del Figliuol di Dio un rivo di fiamme trascina seco nell’inferno quei dannati che commisero peccato in vita e giammai si pentirono, coloro che perseverarono nel male, dacché “errare humanum est, perseverare autem diabolicum”, come vuole ora San Gerolamo ora Sant’Agostino.


Ad attendere queste anime prave è Lucifero, il mostro mangiauomini del XXXIV dell’Inferno, che trattiene tra le sue zanne i cesaricidi Bruto e Cassio e il traditore del sommo benefattore, Giuda Iscariota. Questo ciò che si prospetta nel “loco sanza speme”, ove risuonano sospiri, pianti e alti guai per l’aere senza stelle, lingue diverse, orribili favelle, parole di dolore, accenti d’ira, voci alte e fioche. Un luogo di strazio e di tormento per cui il peregrino deve passare per raggiungere i cieli che coronano la rosa dei beati; un luogo tetro e oscuro, squallido e miserando, in cui converrà che Gesù scenda per pronunciare la terribile sentenza.


Nel terzo cerchio del mondo infernale, Dante e il di lui duca Virgilio s’imbattono in un goloso che, come i suoi simili, è spinto a giacer sulla melma supino ed esser dilaniato dagli artigli del custode Cerbero: il mantovano per stornare quella tremenda creatura getta nelle sue fauci un pugno di fango e allora s’alza in piedi un dannato. E’ colui che si faceva chiamare Ciacco, dal cianciare della bocca sua vorace: subito si leva e proferisce parola, ammonisce Dante suo concittadino dei pericoli della città, con tono profetico preannunzia una perniciosa rovina e poi s’ammutolisce. Tace e ripiglierà parola il giorno in cui avrà udito lo squillo della tuba, il concitato concorso degli angelici cori, la pavida e vana fuga dei prigionieri, sempre incalzati dai diavoli.


Quale nel canto VI dell’Inferno, l’invettiva contro Firenze si estenderà all’Italia intiera nel VI del Purgatorio e al cerchio di terre allora conosciuto nel VI del Paradiso, e alle soglie or dell’Etruria or dell’Alpi or della fantastica Thyle, all’angolo remoto dell’orbe, sempre incomberà il sibilo dell’Omega, sempre succederà al meriggio il vespro. Il verdetto del “veltro” è assoluto e ineluttabile: pur l’eretico Farinata degli Uberti (Inf., X) - per metamorfosi trasformatosi in indovino a cagion di quel contrappasso per cui, avendo in vita tenuto in vile l’aldilà, ora per antitesi è costretto a scrutare soltanto il futuro- prevede la chiusura dei cancelli, quegli stessi cancelli dai Greci affidati alla parca Atropo, l’inflessibile vegliarda che recide lo stame della vita, privando il mortale del suo mortale futuro. Occorrerà così la resurrezione delle carni a chi fu in vita degno di mirabil lode, acciò che i beati, provvisti sia di spirito che di corpo, siano più graditi a Dio, come asserisce l’Arcangelo Gabriele nel XIV del Paradiso.


Una fine, questa del Giudizio Universale, sentita da Dante come il tramonto di una Firenze, di un’Italia e di un’Europa prede della dissolutezza, della scelleratezza, dei mali della Chiesa (la vendita delle indulgenze, il nepotismo, il nicolaismo, la simonia), del potere temporale del Papa- per cui Dante nel III libro del De Monarchia dichiara esser il Papato e l’Impero due soli che risplendano di luce propria-, delle fallimentari esperienze politiche del primo Medio Evo.


Insomma, Dante aveva intravisto nel suo tempo la conclusione di un ciclo, forse anche di un eone, con l’affermarsi del popolo grasso, di una nuova classe magnatizia non di gentil lignaggio, una classe mercantile sospinta unicamente dal fiuto per gli affari, dagli interessi economici, sprovvista di un vero e proprio codice di comportamento, d’un galateo di vita, quali erano le regole della società cortese. L’assetto dell’Europa stava mutando: lo Stato della Chiesa, come noi lo conosciamo, prendeva forma e si affacciavano alla politica estera, nonché al nuovo ordinamento, i prototipi di Stati nazionali moderni, che sarebbero poi nati al termine della Guerra dei Cent’anni (1337-1453).


Il mondo andava cangiando e cominciava a far sfoggio di mille complesse sfumature. Forse la modernità della Commedia dantesca, del Giudizio Universale di Giotto è proprio qui: il mondo è in un lento divenire e tramontano taluni cicli e ne sorgono di giovani. Ma cosa attenderà l’uomo? Un’età più umile del ferro oppure una seconda età dell’oro? L’Averno o l’Eden? Ai posteri larga sentenza.



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