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Rosa, riso d'amor: primo concorso interno di poesia

di Giovanna Bandini

docente di Italiano e Latino presso il Liceo Statale "Maria Montessori"



“Rosa riso d’amor”, la prima sfida a colpi di versi del nostro liceo, prende il nome da una delle metafore più ardite del poeta Giambattista Marino e ha infatti come requisito fondamentale la creazione di un’ottava in rima costruita intorno a una “metafora arguta”.

Quando la collega e amica Cristina Schio, mi ha comunicato la sua idea del concorso e mi ha chiesto di far parte della giuria, ho pensato: “è pazza”. Non solo fa studiare un pezzo dell’Adone di Marino alla sua quarta di Scienze Applicate, ma ne chiede anche un tentativo di imitazione - sia pure in un frammento! Io nelle mie quarte al massimo faccio leggere il sonetto “Onde dorate, e l’onde eran capelli” per mostrare quanta bravura fastidiosa può sfoggiare un poeta - che fra l’altro era una ‘brutta persona’; e anche se invito spesso le mie classi a lanciarsi nella scrittura di sonetti, non ne ho mai chiesti di ‘marinisti’. Quindi ovviamente ho detto sì. Era Natale, mi sentivo più buona come tutte/i (pare vero) e sapevo che nelle due settimane di vacanza avrei avuto il tempo di leggere le 23 ottave. Ero anche curiosa.

Abbiamo creato così una giuria di esperte/i (oltre a me, Elena Biagini, Gennaro Viglione e Cristina Schio) e definito tre requisiti fondamentali: il primo naturalmente l’arguzia della metafora, il secondo la struttura metrica coerente con la forma dell’ottava (uso di rime e di versi possibilmente endecasillabi o comunque versi della tradizione), e infine originalità del contenuto.

Il risultato è stato sorprendente: il gusto di giocare, la fantasia sfrenata delle menti giovani e la voglia di raccogliere la sfida lanciata da una prof anticonformista, ha fatto una specie di miracolo. Mi sono stupita di ri-scoprire quanta familiarità abbiamo con la poesia: l’endecasillabo in fondo per la nostra lingua non è che una frase quasi semplice che spesso viene spontanea (per esempio: “è vietato calpestare le aiuole” è un endecasillabo!), la rima baciata è un’eco naturale come quando in una stanza si grida contro il muro alla giusta distanza. Più di un’ottava ha rispettato tutte le richieste: alcune hanno brillato per intuizioni particolari, visioni quasi oniriche, altre hanno descritto o raccontato situazioni normali ma in modo creativo, o nello stile narrativo dell’epica cavalleresca, altre ancora sono partite per la tangente - una personalissima tangente.

Così nei testi di queste ragazze e di questi ragazzi la luna e il sole sono diventati due innamorati o dei duellanti, il nostro mondo “un posto folle” (come dare torto a chi lo ha scritto?), i genitori invece delle scarpe che “proteggono dai sassi della vita”. La persona amata è vista come un ‘locus amoenus’, ma un amore difficile diventa una raggelante “acqua fredda d’inverno; le amicizie sono “panni appesi ad un filo tra i palazzi” (di cui qualcuno s’è staccato col vento) ma l’amico è “colui che ti riacchiappa/ quando ti stai perdendo nella mappa”. La vita nell’infanzia è una poesia “sempre in rima” ma la sorte è descritta come “un istante bufera e un altro ancora brezza leggera” e i pensieri asfissianti addirittura come “cordoni ombelicali/intorno ai colli dei minuti feti.” Un’immagine potente, quasi da saltare sulla sedia.

C’è un ragazzo che si vede come una “remora sopra gli squali” mentre il destino è “un pescatore infame/ che con le reti sazia la sua fame; e una ragazza che scrive “noi umani siamo solo cantieri” e poi chiude “come la luce di un'ombra riflessa/ mi bagno e da oggi non sarò la stessa”.

Gli incipit sono forti, le metafore introdotte argute; poi compaiono anche metafore più tradizionali – di ascendenza stilnovistica - come i capelli color del grano e gli occhi di smeraldo (anche se qualcuno ha definito giocosamente gli occhi dell’amata come “stelle marroni”!); i versi usati sono in numerose ottave gli endecasillabi, ma non mancano in altre versi liberi, o versi lunghi di 14 sillabe alla francese, o versi brevi come i settenari o i novenari. Quasi tutte hanno rispettato lo schema tipico delle rime o lo hanno variato di poco. Insomma la provocazione marinista di Schio è stata come il granello di sabbia nell’ostrica: un elemento disturbante che ha prodotto una quantità di piccoli gioielli. Guarda caso pare sia stata una perla a dare il nome al Barocco.



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