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“8 marzo”. Intervista alla dottoressa Marisa Paolucci

di Alessandra Gigliotti

docente di Italiano e Latino presso il Liceo Statale "Maria Montessori"


Giornalista e scrittrice da anni è impegnata sul tema della condizione femminile. Dal 2004 volontaria e attivista del Telefono Rosa, cura dal 2006 l’annuale convegno internazionale: “Le donne, un filo che unisce mondi e culture diverse” e il concorso video “Uno spot per il Telefono Rosa”. Autrice di diverse pubblicazioni, nel 2007 ha vinto il premio Maurizio Poggiali per il documentario “Sentinelle dell’integrità”. Nel 2008 ha ottenuto il premio per la pace e i diritti umani della regione Abruzzo per il documentario: “Nuove guerriere d’Africa”. Ha curato la mostra di disegni e il catalogo: Viaggi senza frontiere sulle migrazioni, realizzata con il contributo di oltre 100 autori di ogni continente.




In occasione della Giornata internazionale dei diritti della donna abbiamo avuto il piacere di intervistare la dottoressa Marisa Paolucci del Telefono Rosa, una donna che ha fatto di tali diritti non solo il suo lavoro ma soprattutto una missione di vita. A lei ci rivolgiamo perché sono sempre numerosi gli interrogativi che ancora oggi dobbiamo porci perché il concetto di diritto femminile sia chiaro una volta per tutte.

Buongiorno, professoressa, intanto la ringrazio per aver accettato di rispondere alle mie domande. In secondo luogo, dal momento che lei ha una notevole esperienza nel campo della condizione femminile, ne approfitto per cercare di fare luce su alcuni punti che potrebbero ancora essere oscuri. Iniziamo con la prima domanda:

DOMANDE:

Ritiene che ancora oggi abbia un senso festeggiare l'8 marzo? Perché?

Si, assolutamente. La Giornata internazionale dei diritti della donna che si festeggia l’8 marzo è un importante momento di riflessione per ricordare non solo le conquiste sociali, economiche e politiche, ma anche sottolineare le discriminazioni e le violenze di cui le donne sono state e sono ancora oggetto in ogni parte del mondo.

Da quanto tempo Lei lavora su questi temi?

La parità di genere da sempre ha stimolato la mia attenzione, fin da adolescente quando le gabbie di stereotipi sono ancora più evidenti e scegliere tra il silenzio e la ribellione è un momento importante di crescita. Da adulta ho continuato a documentarmi e quando mi sono accorta che essere femminista era giudicato dalle giovani donne come qualcosa di superato, ho capito che la strada verso l’emancipazione era ancora lunga. Come giornalista ho organizzato con le scuole incontri per dialogare sul libro: “Dovremmo essere tutti femministi” della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie. E’ stato illuminante vedere le reazioni delle ragazze e dei ragazzi rispetto ai pregiudizi acquisiti di cui non ci rendiamo conto.

Ha riscontrato nel tempo dei cambiamenti? In che senso?

La nostra società è ancora fortemente patriarcale e la donna continua ad essere un oggetto da possedere. Lo dimostra il numero di femminicidi. Ci troviamo in una fase storica in cui la donna ha acquisito un’autonomia e nuovi ruoli nella società mentre l’uomo deve trovare un nuovo modo di relazionarsi con la donna e questo non è scontato. La mia attività al Telefono Rosa mi ha permesso di avere una visione sulle nuove generazioni. Come responsabile del progetto: “Le donne un filo che unisce mondi e culture diverse” e il concorso video “Uno spot per il Telefono Rosa” ho avuto modo di constatare come i giovani siano sempre più consapevoli del significato della “parità di genere”. Un esempio per tutti: collaboro con il Telefono Rosa dal 2006, i video che arrivavano i primi anni erano girati solo dalle ragazze, nel raccontare una situazione di violenza, la ragazza più alta con un cappello in testa recitava il ruolo del maschio ed una ragazza più bassa il ruolo della vittima. Il Telefono Rosa era “roba da femmine”. Poi negli anni hanno iniziato a partecipare anche i ragazzi ma la vittima era sempre una ragazza. Oggi vediamo nei video un cambiamento enorme, le ragazze e i ragazzi lavorano insieme, i protagonisti delle storie che ci raccontano possono essere uomini o donne, raccontano il dolore e la sofferenza senza barriere di genere. I ragazzi devono avere la libertà di raccontare le loro emozioni e le loro sofferenze esattamente come le ragazze. Questo è un grande risultato. Certo, i grandi cambiamenti sociali richiedono tempo, per questo credo fermamente nella formazione, solo in questo modo potrà avvenire il cambiamento culturale di cui abbiamo tanto bisogno.

Cosa è un centro antiviolenza? Quando rivolgersi e chi può rivolgersi ad un centro antiviolenza?

I centri antiviolenza sono una grande conquista del movimento delle donne. La violenza sulle donne si concretizza finalmente come problema sociale e quindi nascono le strutture specializzate per trovare le soluzioni più idonee per le donne vittime di violenza. Informazioni più dettagliate potete trovarle nel sito del Telefono Rosa: https://www.telefonorosa.it/centri-antiviolenza/

Cosa succede quando si presenta una denuncia per maltrattamenti?

La denuncia permette l’inizio delle indagini: i maltrattamenti non sono solo di natura fisica come percosse, lesioni, ingiurie, minacce, privazioni e umiliazioni imposte alla vittima, ma anche di natura psicologica, parliamo di atti di disprezzo e di offesa alla dignità, che creano vere e proprie sofferenze morali. La fase delle indagini è fondamentale per poi celebrare il processo.

Come si può capire se si è vittime di violenza psicologica? Come si può dimostrare una violenza psicologica?

La violenza psicologica è quella più subdola e più difficile da dimostrare perché non lascia segni evidenti. Può succedere a chiunque di subire un’ingiustizia o una mancanza di rispetto. Se questo avviene all’interno di un rapporto e si ripete nel tempo, dimostra la fragilità della persona che subisce la violenza: la mancanza di reazione è il segnale più evidente. Solo nel momento in cui la persona sente l’esigenza di reagire si può avviare un cammino di uscita dalla violenza. Questo può avvenire soltanto con un supporto psicologico e legale.

Ha un senso denunciare? Perché?

Si ha senso denunciare perché altrimenti la situazione rimane tra le mura domestiche, e se la donna non è più in grado di sostenere la situazione familiare denunciare è l’unica via d’uscita. Come Telefono Rosa consigliamo sempre alle donne prima di denunciare di rivolgersi ad un’associazione con professionalità competenti perché denunciare il padre dei propri figli non è facile e poi le complicazioni di un processo sono molte per questo in associazione consigliamo un supporto psicologico e giuridico in queste situazioni.

Quale è il messaggio che per Lei è importante che i nostri lettori giovani e meno giovani colgano dalla sua intervista?

A volte le persone mi chiedono: ma dopo tutti questi anni al Telefono Rosa non ti sei stancata di sentire sempre donne con problemi? Rispondo sempre nella stessa maniera: proprio no. Mi hanno insegnato ad affrontare il dolore, ad imparare ad aspettare i tempi che la ferita guarisca e a guardare la cicatrice senza lacrime. Il regalo più grande è l’emozione di scoprire il miracolo della rinascita. Questo è il tesoro che dobbiamo sempre cercare dentro ciascuno di noi: la capacità di rinascere, sempre.


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