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“Com’eri vestita?”: il lungo viaggio verso il consenso

  • Redazione
  • 6 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

di Tommaso Bruni, Giulio Espero, Chiara Grassi, Corrado Pirchio, Lucrezia Santarelli

 3A Liceo delle scienze umane opzione economico - sociale


 “Com’eri vestita?”: una domanda che richiama temi leggeri (“cosa ti sei messa per la festa”, “e tu? Com’eri vestita”)  ma che in realtà ripropone quanto, purtroppo, ancora troppo spesso, le vittime di stupro si sentono chiedere durante i processi per violenza sessuale. 

“Com’eri vestita?”: se la rileggete adesso, forse, questa domanda risuonerà meno banale e anzi drammatica. 

Questo interrogativo sottintende ciò che per molti è una verità, ossia che l’abbigliamento possa giustificare la violenza, spostando la responsabilità sulla vittima. 

Proprio per sfatare questo cliché, questo pregiudizio, “Com’eri vestita?” è stato scelto provocatoriamente come titolo della mostra che Amnesty International e Libere sinergie propongono alle scuole per affrontare il tema della violenza sulle donne, sensibilizzando studenti e studentesse su un argomento che, purtroppo, è ancora di grande attualità, come la cronaca non fa che ricordarci.


Nessun abito attillato, nessuna minigonna, ma pigiami, tute, abiti da sposa, camici da lavoro, vestiti da bambina, felpe e jeans larghi, bastoni per non vedenti…sono appesi al muro, immagini statiche, a ricordarci a quale tempesta di dolore, a quale lancinante e convulsa sofferenza possono aver assistito. Tutto ciò per dimostrare che la violenza non dipende dai vestiti, ma dalla scelta di chi decide di commetterla.


Il progetto originale, “What Were You Wearing?”, è nato negli Stati Uniti grazie a Jen Brockman e Mary A. Wyandt-Hiebert che la presentarono per la prima volta il 31 marzo 2014 all’Università dell’Arkansas. L’ideatrice di questo progetto ha chiarito con forza: “Non è l’abito a provocare la violenza sessuale, ma una persona a causare il danno.”

“Com’eri vestita” è arrivata in Italia grazie all’associazione Libere Sinergie nel 2018 e da allora ha percorso molta strada lungo tutta la penisola, facendo tappa in moltissime scuole in cui le storie, tutte frutto di testimonianze reali, vengono esposte per far acquisire consapevolezza su questo tragico fenomeno, per seminare ascolto, sostegno e rispetto, sia verso le vittime sia verso la comunità. 


La mostra ha ricevuto il Patrocinio del Dipartimento Pari Opportunità, della Presidenza del Consiglio dei Ministri e della Camera dei Deputati, a conferma della sua importanza sociale e culturale. 

E del resto solo lo scorso 18 novembre la Camera dei Deputati aveva approvato la riforma dell’art.609 bis del codice penale, sulla violenza sessuale, introducendo il principio del consenso: riforma che poi si è arenata in Senato, in attesa di approfondimenti. In sostanza, se la norma penale attualmente vigente richiede, ai fini della punizione, la sussistenza di violenza, minaccia o abuso di autorità, lasciando impunite tutte le altre ipotesi in cui una costrizione non vi è stata, con la proposta di modifica, ai sensi del Ddl n.1693-A, il reato sarebbe integrato tutte le volte che manca il consenso libero e attuale della vittima: non conta se la persona non reagisce, conta solo se ha voluto!


Il nostro Liceo, in quanto “Scuola amica di Amnesty International", da anni per celebrare la data del 25 novembre, giornata contro la violenza sulle donne, ne cura l’allestimento e la guida. Noi della classe 3Asum abbiamo quest'anno curato l’allestimento della mostra, realizzandone la locandina, e spiegato il suo significato profondo agli studenti, ai genitori e anche al territorio a cui la mostra è stata aperta nel pomeriggio. L’esposizione si apre con il poema di Mary Simmerling, che dà voce all’esperienza del giudizio, degli stereotipi e del dolore che molte vittime, come la stessa autrice, hanno subito.

Abbiamo poi invitato a osservare ogni abito, ricordando che dietro c’è una persona, una storia e un vissuto reale. Il messaggio è chiaro: la violenza non è mai colpa della vittima, nessun vestito giustifica un abuso, e la responsabilità è sempre di chi fa del male.


Abbiamo deciso di dare il nostro contributo perché pensiamo che il tema della violenza di genere, ma ancora più in generale, quello del consenso, siano fondamentali e solo continuando a parlarne sarà possibile sconfiggere in futuro questa terribile piaga sociale: perché la violenza sulle donne non è un problema delle donne, ma lo specchio di una società in cui troppo spesso le relazioni sono basate su violenza e sopraffazione. 


Le visitatrici e i visitatori della mostra hanno lasciato dei messaggi al termine della loro visita. 

Molti hanno apprezzato l’iniziativa, altri hanno ringraziato la scuola per questa opportunità, ma in generale in tutti quei bigliettini noi abbiamo letto tanta speranza per il futuro: speranza di non dover più sentire “Ricordo anche che cosa lui stesse indossando quella notte anche se nessuno me l’ha chiesto” (dal Poema di Mary Simmerling).

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