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Hate speech

di Giorgia Carducci

4C Liceo delle Scienze Umane - opz. Economico/Sociale


Lo scorso 24 novembre 2021 si è tenuta una conferenza sul Global Hate Speech, condotta dall’ex viceministro degli Esteri Mario Giro e organizzata dalla comunità di Sant’Egidio. Nel convegno telematico ci si è concentrati sulle forme di odio esistenti, su come queste influenzino il mondo che abitiamo e su come le manifestazioni di astio si presentino accompagnate dalla paura. Grazie a questa esperienza, sono giunta a nuove consapevolezze che mi spaventano, che spero di sfruttare positivamente, invece di farle diventare l’ennesimo episodio di odio.

Ho capito che la società del ventunesimo secolo è la società della perfezione illusoria: difficilmente si riesce a riconoscere l’effettiva esistenza di una situazione problematica e ignorandola, pensiamo che questa scompaia come se non fosse mai esistita; invece, si ripresenta sotto le mentite spoglie dell’odio, elemento ormai distintivo della sfera sociale e individuale, e della violenza.


Ad oggi, il terrore è diventato talmente diffuso da non poter più essere trascurato a causa delle molteplici forme che assume: un giorno è un virus, il giorno seguente è l’istituzione e quello dopo ancora diventiamo noi stessi. La paura, però, può essere anche uno stimolo proficuo; basti pensare a quando l’uomo ha creato il fuoco per combattere il timore del buio, a quando è stata creata la religione per alleviare l’angoscia dell’ignoto o ancora, a quando Colombo ha deciso di partire nonostante fosse consapevole della fatica che sarebbe costata un viaggio simile. In tutti questi esempi, però, l’uomo non era mai solo, c’era sempre stato qualcuno che aveva ammesso di essere fragile e di aver bisogno di qualcosa di esterno a lui perché da solo non avrebbe raggiunto nessun traguardo.

Nella situazione odierna, quindi, tutta questa paura diffusa avrebbe dovuto spingere la nostra società a ricercare un punto di incontro, che ci facesse sentire meno soli e che fosse capace di infondere maggior fiducia nell’avvenire, ma noi abbiamo risposto cercando di evitare l’altro, considerato non più come un uomo, bensì come una possibilità di ammalarsi; puntando il dito contro coloro che hanno cercato di lavorare per noi, perché apparentemente mossi da buone intenzioni e pregando che ogni giorno della nostra vita, speso tra quattro mura, volgesse al termine per sperare che qualcosa sia cambiato magicamente al prossimo risveglio. Così facendo, questo malessere sociale è diventato presto un dolore individuale, provato dal notevole aumento dei disturbi d’ansia, depressivi o del comportamento alimentare. Credo che ciò sia dovuto al fatto che l’uomo non è più visto come un animale sociale, bensì, erroneamente, come una bestia selvaggia e solitaria, che attacca prima di essere attaccata, senza pensare alle conseguenze.



Apparentemente, sembrerebbe che non ci sia rimedio alla paura e, di conseguenza, all’odio; ma sono convinta che un primo passo sarebbe dimenticarsi di ricoprire un ruolo per ritrovare il proprio essere in funzione degli altri. Una prima iniziativa in tal senso è stata compiuta dall’ormai noto fumettista capitolino Zerocalcare, che, attraverso “Strappare lungo i bordi”, non ha avuto paura di abbracciare le sue fragilità e di condividerle con gli altri, sapendo che dopo un periodo di isolamento forzato che perdura da ormai due anni, l’unica cosa di cui abbiamo bisogno è avvertire l’esistenza dell’altro per placare la nostra solitudine. Inoltre, quest’opera è stata capace di aprire un dialogo tra le generazioni presentando uno stato di malessere generale avvertito da ogni cittadino del mondo in quanto tale. Seppur piccolo, credo che si sia aperto uno spiraglio di speranza che non farà fatica ad essere sfruttato tra la mia generazione e la prossima; è stato provato, infatti, che la maggior parte dei discorsi d’odio prodotti dal web sono ad opera della generazione precedente. Forse tutto quest’odio represso è il risultato di una vita condotta con finta felicità; come affermato all’inizio del testo, quando i problemi si nascondono, trovano sempre il modo di ripresentarsi: ciò è quanto accaduto negli anni ’60, durante il cosiddetto boom economico italiano, quando si era convinti di vivere bene, ma i cui dati non erano tanto differenti da quelli odierni; così come affermato dallo stesso ex viceministro Giro.

Un altro elemento utile al contenimento dell’odio potrebbe essere l’avvio di corsi per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva nelle scuole, così facendo impareremmo a conoscere le nostre emozioni e ad accoglierle, facendole diventare nostre alleate. In tal modo potremmo anche potenziare le

nostre capacità emotive, come l’empatia, perché conoscendo noi stessi, saremmo più propensi alla conoscenza dell’altro, del diverso.

In conclusione, non credo che l’odio potrà mai scomparire dalla nostra vita, non solo perché ciò richiederebbe uno stravolgimento ideologico universale troppo grande, ma anche perché è proprio l’odio che ci fa conoscere l’amore e ci fa apprezzare le sue più semplici manifestazioni; forse anche per questo chi ha subito tanto odio, vivendo situazioni di lancinante dolore ed essendo stato capace di trasformare questa negatività in coscienza, come ad esempio tutte le vittime di abusi o di discriminazioni, abita il mondo con la stessa delicatezza di un timido arcobaleno che cerca di spuntare tra le grigie nuvole di un passato temporale.


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