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L'incubo

di Russo Simone Conti

3D Liceo Scientifico opzione Scienze Applicate.


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Sono stanco di scappare e, del resto, è del tutto inutile. So bene che, ovunque vada, non avrò scampo. Non c'è alcun modo di sfuggire alla creatura che tra poco mi raggiungerà.

Inutile chiedere aiuto. Nessuno può vedere il mostro che tra poche ore mi ucciderà; nessuno può sentire le sua terrificanti urla, fatta eccezione per gli sventurati che, come il sottoscritto, sono destinati ad essere le sue vittime”.


7 febbraio 2023.

Com'ero finito in quel vicolo buio? Non mi interessava. La mia mente era occupata solo dal desiderio di fuggire e salvare la pelle. Un'immensa creatura nera, pelosa e pseudo antropomorfa mi rivolgeva il suo volto indefinito e tenebroso, seguendomi cercando di non attirare l'attenzione, anche se con scarsi risultati. I suoi occhi bianchi distoglievano la mia attenzione dal circondario, piegandone l'apparenza come succede ad un riflesso sull'acqua placida di un lago quando questo viene perturbato dal vento. Mi era familiare, odiavo vederlo ma ci avevo fatto l'abitudine: scappare non dava i suoi frutti. Quella notte mi raggiunse, le sue braccia lunghe mi avvicinavano alla bocca spigolosa di lui, i cui denti sembrava fossero pronti da accogliermi. Spingergli la testa indietro con la mano sembrava non sortire alcun effetto su di lui, nonostante io invece soffrissi il contatto con la sua irta peluria.

Mi svegliai di soprassalto. La mano gelata di mia madre mi girava la testa lasciandomi a guardarla negli occhi. Avevo bagnato il letto per la seconda volta questo mese, e a giudicare dall'espressione di mia madre, non ero l'unico a non esserne entusiasta.

"Sai, Giacomo, pensavo che dovremmo chiamare uno psicologo: questa storia va avanti da troppo" disse con la voce roca di chi si è appena svegliato intrisa di un discreto quantitativo di disappunto, probabilmente da attribuirsi al mio ormai tipico stunt mattutino.

Aveva ragione, io dormivo a malapena per paura di confrontarmi con il mostro, ma la vicinanza delle nostre camere da letto unita ai versi che facevo nel sonno quando lo vedevo, era abbastanza per strapparle con la forza almeno quattro ore di sonno a notte. "E cosa può fare lo psicologo? Darmi una pistola da usare mentre dormo?" dissi giocosamente prima di essere trafitto dallo sguardo penetrante di lei, che per chiarire, non era affatto contenta del mio modo di affrontare il problema. "Io voglio solo un po' di pace" -disse corrucciata, le sue sopracciglia rossastre ormai occupavano la naturale posizione dei suoi occhi- "per questo ho già contattato il signor Hilbert e ho preso appuntamento per oggi stesso".

Rimasi a guardarla intontito dal sonno, prima di ricordarmi finalmente chi fosse il signor Hilbert. "Niente scuola?" chiesi, ricevendo di lì a poco la conferma della mia genitrice. "Per oggi stesso?" Riconsiderai stupito: "pensavo fosse sempre impegnato".

"Lo è, ma per qualche ragione sembrava tanto preoccupato dalla tua storia che ha chiamato un cliente per rimandare il suo appuntamento. Devi avere qualcosa di davvero grave perché solo per aver dato questa notizia senza preavviso ha dovuto rimborsare il venticinque percento della seduta". Mi preoccupai.

L'ultima volta che avevo visto il signor Hilbert avevo dodici anni e stavo cercando di combattere un disturbo alimentare. Al tempo questi si presentava come un uomo sulla cinquantina, cordiale e simpatico sebbene prolisso. I ricordi che avevo di lui erano pochi, ma il sorriso asimmetrico in cui si esibiva quando scopriva di aver risolto un problema era indimenticabilmente rassicurante, oltre che sempre benvenuto. Non ne avevo idea ma non lo avrei mai più rivisto.

"A che ora è l'appuntamento?" chiesi.

"A l'una meno un quarto. Vai a prepararti che sono già le undici e ci aspettano almeno quaranta minuti in auto" rispose lei mentre usciva dalla stanza, diretta verso la doccia. Il tempo sembrava non voler scorrere: movimenti lenti che non pensavo di avere il tempo di compiere accompagnavano il mio ridondante gironzolare come passi di danza classica, sostituendo la tipica corsa scomposta e frettolosa che caratterizzava l'ordinaria amministrazione per quanto riguarda il prepararsi nei giorni di scuola. Quando arrivò il mio turno di entrare in doccia già stavo pensando a cosa fare per tenermi occupato nella finestra di tempo che sarebbe rimasta tra il momento in cui avrei finito di vestirmi e quello in cui mia madre mi avrebbe chiamato per dirmi di uscire. Appena due minuti dopo uscii dal bagno ancora in accappatoio per andare a vestirmi, ma aperta la porta del bagno mia madre mi prese per le orecchie e mi portò in camera mia quasi correndo: "Che stavi facendo in bagno? Ci hai messo una vita! Almeno mi hai sentita quando ho cominciato a bussare e a chiamarti?".

Arrivato in camera tolsi l'accappatoio e cominciai a vestirmi più svelto che mai. "Direi che cinque minuti per vestirti può bastare, visto quanto siamo in ritardo!" Urlò mia madre da fuori la porta, prima di entrare per farmi vestire più velocemente.

Una volta che ebbi finito mia madre si diresse fulminea verso la porta di casa esortandomi ad uscire, o meglio, intimandomelo.

Il viaggio in auto ci portò da un capo all'altro della città, ma fu più breve del previsto, pensai.

Mia madre non sembrava condividere la mia opinione invece, e continuò a fare tutto come se fosse il suo ultimo giorno sulla terra.

Scendemmo dall'auto molto lentamente: mia madre sembrava essersi calmata, anche se dallo sguardo non si sarebbe detto; purtroppo la sua ritrovata calma era nettamente in contrasto con la fretta che mi aveva messo poc'anzi e ora faceva fatica a starmi dietro, rallentandomi e dandomi l'impressione che il viaggio verso lo studio di Hilbert avrebbe impiegato più tempo di quello in auto, nonostante il primo fosse una camminata di un centinaio metri.

Arrivammo sulla soglia con quasi dieci minuti di ritardo, ma nonostante ciò, Hilbert ci accolse calorosamente. Gli strinsi la mano sentendo una fitta di dolore inaspettata: lì dove nel mio incubo avevo toccato il mostro per respingerlo ora si trovava l'ecchimosi più grande che avessi mai osservato sul mio stesso corpo. Mi sfuggì una smorfia addolorata e Hilbert, si suppone, se ne accorse, perché chiese: "Tutto bene, ragazzo?".

La sua voce era acuta, molto acuta: almeno un'ottava più di quanto ricordassi. Non ci diedi peso, ma sembrava aver sviluppato un tic all'occhio destro, che batteva spesso. Ciò a cui diedi peso, invece, è che talvolta, quando batteva le palpebre, uno dei suoi occhi marroni acquisiva un colorito rossastro chiaro. La cosa mi faceva sentire a disagio più di quanto già non facesse la sua nuova voce.

"Sì, certo" risposi mentre mi mettevo una mano davanti agli occhi per coprirmi da un raggio di luce solare che terminava il suo percorso sulla mia faccia dopo aver riflettuto sul quadrante dell'orologio da polso di Hilbert, che per inciso, non pensavo di aver mai visto.

"Non ne sarei così sicuro" fece lui. "Vedi, tua madre mi ha riferito più di qualche dettaglio per quanto concerne il tuo stato di salute, e se è tutto vero, sei in grave pericolo.". Il mio cuore saltò un battito. "Come ha detto, scusi?" domandai infine. "Caro, in questi mesi si è diffusa una nuova condizione medica di cui si sa relativamente poco... viene detta semplicemente 'malattia (o morbo) dei sogni', e ha già costretto centinaia di uomini a rendere l'anima a Dio".

Mi guardò dritto negli occhi prima di continuare: "Adesso ti sottoporrò a dei test, e con un po' di fortuna, scoprirò che non hai niente di male. Ti spiegherò a cosa serve ognuno di questi prima di proportelo, così saprai cosa fare".

Non mi aspettavo una tale tempestività giusto quanto non mi aspettavo questo modus operandi; le mie precedenti sedute con il signor Hilbert si dividevano in due tempi: un momento di dialogo in cui tramite le sue domande riuscivo a spiegare il mio problema ed un momento in cui mi veniva spiegato come affrontarlo. Questa volta era tutto diverso.

Hilbert congedò mia madre con un cenno, indicandole che la sua presenza non era più necessaria. Lei tornò in sala d'attesa chiudendosi la porta alle spalle. Una volta rimasto da solo con me, Hilbert estrasse dalla sua tasca destra un orologio da taschino. "Per Bacco, è già l'una e dieci" disse, anche se avrei giurato di essermi seduto da più di un'ora. "Uno dei sintomi di questa malattia è la perdita della cognizione del tempo, quindi voglio che tu tenga col pensiero un minuto da quando batto la mano sul tavolo". Annuii. Al segnale cominciai a contare quanto più lentamente possibile, cosciente del fatto che l'intero incontro fosse durato molto meno di quanto pensassi. Arrivai a sessanta secondi, ma ne aspettai altri cinque o sei per buona misura prima di esclamare "Stop!".

Hilbert mi guardò e mi riguardò, attonito. Si ricompose e lamentò: "Ho appena iniziato, questi erano undici secondi!". Si rese presto conto della mia assoluta serietà e fece per cambiare argomento.

"Altri sintomi rilevanti sono delle persistenti e gravi allucinazioni, sia visive che uditive. Ora prenderò dei fogli ricoperti di macchie d'inchiostro, il tuo compito sarà indovinare cosa rappresentano ogni volta" spiegò poi, aspettando che fossi pronto per procedere. Ancora una volta feci cenno di cominciare, e lui borbottò preoccupato qualcosa tra sé e sé, prima di mettere in ordine i fogli per farmeli vedere in sequenza. Alzò le mani da sotto il banco per mostrare il primo ritratto ed io quasi caddi dalla sedia. Mi ero fatto indietro con un balzo, saltando terrificato per allontanarmi dal signor Hilbert, gli occhi fissi sul suo polso.

"Questa immagine ti spaventa, Giacomo?" Chiese lui sorpreso e preoccupato. "N-no" riuscii a dire dopo qualche istante: "I-il suo orologio" balbettai pietrificato. Tenni lo sguardo fisso su quella vista paranormale, indicando il polso di Hilbert come per esortarlo ad agire. Quello che poco prima era un orologio di marca ora era diventato uno scorpione vivo, che non mancava di dimenarsi incessantemente per provare a liberarsi dal cinturino di cuoio dell'orologio, pungendo lo psicologo con il pungiglione e provando a strappargli la pelle con le tenaglie. Il signor Hilbert mi ricordò che aveva già riposto il suo orologio in tasca dopo aver finito di usarlo. Non so per quanto lo guardai pietrificato, incapace di agire e ora confuso sul perché avrebbe usato l'orologio da taschino invece che quello da polso. "Lo schiacci!" Dissi confondendo sempre di più il dottore, che ancora non riusciva a capire cosa mi stesse preoccupando: "Si tolga l'orologio!".

Un lampo di genio attraversò il viso di Hilbert, che posò subito i fogli, chiaramente stabilendo che non servissero altri test. "Ragazzo, non ho orologi da polso" disse indicandomi l'indice, a sua volta impegnato a tenere in scacco lo scorpione. All'improvviso realizzai: Hilbert se ne accorse e per confermare si passò l'altra mano dal polso al gomito, trapassando lo scorpione come fosse un'illusione ottica e facendolo sparire. Ripresi a pensare ragionevolmente come di consueto ma Hilbert chiamò mia madre, che arrivò trovandomi ancora in piedi.

Ci fece sedere, tirò fuori delle pillole e le posò sulla scrivania. "Signora, ho tutte le informazioni che mi servono. Suo figlio è affetto dalla malattia dei sogni e da più tempo di quanto lei possa pensare. È molto grave." Si rivolse a me: "Quando fai i sogni di cui mi parlava tua madre... i sogni in cui incontri il mostro... lo vedi mai in faccia?"

Mi lacrimarono gli occhi, le allucinazioni peggioravano sempre più e ormai vedevo scorpioni ovunque ricoprire ogni superficie della stanza. Nel guardarmi intorno mancai di rispondere, quindi lo psicologo continuò: "sappiamo ancora poco della malattia dei sogni, Giacomo, ma si dice che quando cominci a vedere il mostro in faccia ogni sintomo di questo morbo si intensifichi fino a diventare incontrollabile... alcuni cominciano ad avere problemi di incontinenza urinaria notturna, mentre nei loro sogni il mostro si avvicina sempre più.

Prima o poi arriverà un giorno in cui ti assalirà e riuscirà a fare contatto con la tua pelle: questo può causare delle vere e proprie ferite, evidenti anche a livello fisico". Sembrava che fossi io a parlare, descrivendo la mia orribile esperienza; sembrava che Hilbert stesse lodando la resistenza mostrata al mostro dal canto mio, così come tutte le volte che gli ero sfuggito. Ci pensai davvero all'inizio, prima di realizzare che in realtà non ero un eroe, ma solo un adolescente preoccupatissimo dagli eventuali risvolti negativi che questa malattia avrebbe potuto causare a lungo termine. "Devi assumere queste pillole" -indicò la confezione di compresse che aveva posato qualche minuto prima sulla scrivania- "prima che succeda.

Una volta che tocchi il mostro sei segnato per sempre: il giorno seguente andrai in coma e quello ancora successivo sarà l'ultimo che avrai da vivere.

Sono nuove, un paziente in coma non ne può ancora beneficiare, e dato che per agire hanno bisogno di tre giorni di somministrazione regolare, ti consiglio di prenderne una dose subito, o rischierai di prenderle troppo tardi".

Feci i conti a mente e realizzai che era troppo tardi per salvarmi. Una volta ancora mi ritrovai completamente pietrificato davanti al signor Hilbert, che era ignaro di tutto. Provai a parlare per chiedere spiegazioni ma non riuscivo a spiccicare una parola. Guardai mia madre con gli occhi spalancati, assolutamente terrorizzato; guardai anche lo psicologo per poi dirigere lo

sguardo verso il palmo della mia mano destra, che era completamente nero, fatta eccezione per alcune piccole sfumature di viola.

Tremavo, piangevo, sapevo che mi rimaneva poco da vivere. Strinsi i pugni pronto a sfogarmi su qualunque cosa, ma la consapevolezza trasformò la rabbia e la disperazione in un marcato, malinconico senso di perdizione. Tremai ancora, impotente di fronte all'inaggirabile ingiustizia della vita. Alzai la mano dominante lasciando vedere il polso e riuscii a sussurrare con la voce malferma e sottile come un capello: "Addio" prima che quest'ultima si rompesse sotto il peso delle lacrime.


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