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La scuola delle relazioni

Aggiornamento: 18 lug

di Massimiliano Col

docente di Scienze motorie e sportive presso il Liceo Statale "Maria Montessori"


L’ Adolescenza, età della vita umana interposta tra la fanciullezza e l’età adulta, è un periodo particolarmente problematico dell’esistenza, specie per le risonanze psicologiche del mutato rapporto tra l’adolescente e il proprio corpo. (Treccani)


Per capire meglio l'adolescente dobbiamo fare uno sforzo nel riconoscerlo nel suo stato di bisogno considerando che l’adolescente è colui che si sta nutrendo e l'adulto è colui che si è nutrito, questo per cercare fin da subito di stabilire le giuste distanze tra chi ha bisogno e chi dovrebbe mettersi più da parte.

Oggi sappiamo grazie alla scienza che il cervello degli adolescenti è diverso da quello degli adulti, alla nascita un bambino ha circa 100 miliardi di neuroni, ma in un adulto si stima che siano un 15% in meno. Mentre cresciamo e impariamo, alcune delle nostre connessioni nervose, le sinapsi, si rafforzano, altre vengono eliminate, dall’inglese pruning "potate", appunto. Questo processo è indispensabile per lo sviluppo di un cervello sano e adattabile, cioè plastico. L'eliminazione selettiva delle sinapsi continua per tutta l'adolescenza, trasformando il cervello da una mappa neuronale grossolana a un circuito maturo di sinapsi efficienti.

Mi presento: sono un docente di scienze motorie e sportive, allenatore di pallavolo, counsellor e formatore. Per 11 anni mi sono occupato, attraverso un’azione sinergica tra attività sportiva scolastica e un servizio di sportello di ascolto, del benessere degli studenti dell’Istituto Montessori. Gli strumenti in mio possesso sono diversi: la relazione con il corpo, la pratica sportiva scolastica e il counselling scolastico a mediazione corporea. A volte, quando il mio ruolo di docente non basta, utilizzo tecniche e capacità da counsellor per aiutare a risolvere le difficoltà tipiche dell’età adolescenziale.

Con i tempi dovuti, provo - insieme al ragazzo/a - a scardinare tutti quei pregiudizi che si sono sedimentati, e il risultato spesso è una migliore accettazione di sé e una maggiore voglia di mettersi in gioco.


In questi anni mi sono accorto che c’è infatti una tendenza ad evitare di mettersi in gioco per paura di sbagliare: e invece, l’adolescente deve essere accompagnato alla scoperta della fallibilità, portandolo così ad accettare l’idea di poter sbagliare e uscendo dall’idea che l’errore sia un’onta insopportabile per sé stessi e per tutte le figure di riferimento, come genitori, amici, docenti.

L’accettazione dell’errore è molto più proficua rispetto al suo evitamento: infatti, l’intento e l’obiettivo dell’educatore è quello di formare giovani adulti che siano in grado di sopportare le difficoltà della vita, più che insegnare ad evitarle.


In questo, il ruolo degli adulti è centrale: gli adulti responsabili sono infatti dei veri e propri fari nella nebbia dei nostri giovani, soprattutto in un momento in cui i punti di riferimento mancano sempre di più. Essi sono chiamati al difficile compito di intercettare le difficoltà dei ragazzi, che spesso nascono da una bassa autostima. Queste sono spesso dovute al fatto che la voglia di confrontarsi, di imparare e di mettersi in gioco nel tempo viene meno, fiaccando la motivazione e l’impegno; tutto questo può portare ad una ricaduta negativa sulla loro capacità di affrontare le difficoltà. Ad esempio, i dati ci dicono che il 4,9% della popolazione nazionale abbia disturbi dell’apprendimento. (dati Ministero dell’Istruzione). Dietro a questi disturbi (DSA) diagnosticati scientificamente, e dietro alle loro sigle, spesso vengono dimenticati alcuni aspetti importanti, come le emozioni. Da parte dei genitori e degli insegnanti è infatti molto più facile accettare e gestire una difficoltà prestazionale piuttosto che emotiva; le prestazioni sono infatti qualcosa di concreto. Le difficoltà emotive, invece, fanno sentire (soprattutto i genitori) coinvolti, colpevolizzati e quindi responsabili, con un grado di tollerabilità rispetto al problema molto più basso, con azioni che non fanno altro che aumentare l’ansia da prestazione.


Le mie esperienze, così come le mie conoscenze e i miei studi in ambito sportivo e relazionale, mi portano a considerare la pratica motoria come un aspetto fondamentale nella crescita del ragazzo/a. È proprio con il corpo che ci si misura con più chiarezza col mondo esterno, anche rispetto alle difficoltà che si incontrano e alle soluzioni che si devono adottare. Inoltre, in ambito corporeo il riconoscimento delle emozioni integra l’azione ad un miglior riconoscimento di chi si è: la verità dell’espressione corporea è molto più reale delle parole, ed è per questo che il lavoro fisico con il corpo porta, soprattutto durante l’adolescenza, ad una migliore consapevolezza di chi si è e quanta forza abbiamo nel superare i momenti critici.


The Lancet Psychiatry

L’importanza dell’attività fisica come fattore di prevenzione alla salute è ormai cosa nota: molti studi hanno dimostrato quanto l’esercizio fisico sia importante per il benessere del corpo e della mente, e negli ultimi decenni molte abitudini negative (come l’uso smodato dei mezzi di trasporto privato a scapito di quelli che prevedono attività fisica, l’avvento di consolle e videogiochi e la conseguente sedentarietà dei giovanissimi, una preponderanza della costruzione di relazioni tramite social network a scapito degli ambiti relazionali dinamici, il proliferarsi di fast-food con il conseguente aumento di problemi alimentari) hanno evidenziato l’importanza dell’attività fisica per il benessere quotidiano. Ma l’esercizio fisico garantisce benefici non solo a livello fisico mette in connessione anche quello emotivo, incrementa l’energia e il buon umore e riduce i livelli di stress.

L’altro strumento di grande valore relazionale che ho adottato all’interno dell’Istituto è stato il counselling a mediazione corporea: nel colloquio si cerca di dare anche spazio al corpo, alle sue tensioni, alle posture, con particolare riferimento al respiro. Tutto questo per cercare di aiutare l’adolescente alla piena consapevolezza e al riconoscimento dei suoi stati emotivi, veicolati dal suo corpo.

La figura professionale del counsellor non ha soltanto a che vedere con la capacità di ascolto ma anche con la capacità di entrare in relazione con il linguaggio del corpo, senza trascurare il colorito della pelle, la brillantezza o meno dello sguardo, il tono e il timbro della voce.

L’uso di questi elementi, grazie le capacità comunicative del counselling, riesce a sviluppare un "potenziale empatico" necessario, che arrivi ad una buona conoscenza di sé stesso.

La corporeità in questo processo ha una funzione di motore di accesso per la costruzione della conoscenza, funzione che non deve assolutamente essere sottovalutata, in ambito scolastico, sociale e familiare.

Oramai sono più di 16 anni che opero con progetti sull’ascolto in varie scuole dove insegno e da 10 anni presso il Liceo Montessori; vorrei quindi riportarvi alcuni dati dello sportello di ascolto del Liceo Montessori dal 2013 al 2022. Si sono rivolti allo sportello di ascolto circa 10 ragazzi per anno, di cui il 60% di sesso femminile, per incontri della durata di circa 50 minuti. Per il 70% sono stati sufficienti da 1 a 4 incontri, Il 30% ha avuto bisogno di più incontri. Negli ultimi due anni ho adottato la formula OnLine, più limitante nella relazione corporea ma estremamente utile in un momento così difficile. Le tematiche trattate sono state, rapporti conflittuali con i genitori, insieme al senso di ingiustizia nella valutazione scolastica, ansia da prestazione, mancanza di accettazione in classe, insieme alla mancanza di genitori per separazione o morte, infine uso di droghe ed alcol.

La scuola delle relazioni è un processo che riguarda l’arco di tutta la vita, soprattutto nella fase adolescenziale. Una caratteristica fondamentale del counselling a mediazione corporea è rappresentata dall’essere un metodo educativo che ha un’applicazione eterogenea e trasversale per tutti: bambini, adolescenti, adulti, anziani, famiglie, professionisti, atleti, ecc.) in vari contesti educativi, socio-sanitari, rieducativi, penali, aziendali, ecc.). Il Counselling deve attualizzare e riconoscere l’essere per quello che è, orientato alla facilitazione di emozioni che generano comportamenti funzionali all’ adolescente per una migliore qualità della vita individuale e sociale. Il counseling con gli adolescenti ha sicuramente una finalità sociale e di ricerca di benessere: mai come in questo momento, le future generazioni hanno bisogno di guide sicure e competenti nell’aiutarli e sostenerli nei vari disagi.

La pratica sportiva è e rimane un potente protettivo al disagio adolescenziale, inoltre li aiuta a riconoscersi meglio e ad elaborare capacità di resilienza e di autostima. Il movimento fisico, li aiuta a radicarsi e sentirsi più in contatto nel proprio mondo e con quello esterno dimostrandosi adolescenti competenti, sensibili e pronti a diffondere tra i loro coetanei buoni propositi, così da stabilire connessioni e modelli di riferimento. Il contributo che ne deriva diventa fattore protettivo e di prevenzione aumentando il senso di un sé più integrato, aiutando i giovani a relazionarsi evitando, per cercare di mettersi in mostra, ad intraprendere strade rischiose per il loro benessere scolastico e personale. Il counselling con gli adolescenti deve contrappore il giudizio dei genitori, dei docenti, degli allenatori, degli amici, in uno spazio dove l’ascolto non giudica.

Il counsellor aiuta i ragazzi per quello che sono, come adulti responsabili ad affrontare le tante difficoltà della vita.

“L’uomo impara con l’azione e non attraverso le sole parole. È sempre la vita a formarci e la vita non è una questione di parole o di discorsi astratti ma di azioni concrete.”

J.H. Pestalozzi


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