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La cianotipia: quando arte e scienza si incontrano nel blu

  • Redazione
  • 27 dic 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

di Maddalena Dilucca 

docente di Matematica e Fisica presso il Liceo Statale "Maria Montessori” 


Tra le tante tecniche fotografiche che hanno segnato la storia della fotografia, la cianotipia occupa un posto speciale. Non solo per il suo caratteristico colore blu intenso, ma anche perché rappresenta un perfetto punto d’incontro tra arte, chimica, fisica e fotografia. Si tratta di una tecnica affascinante, semplice nei materiali ma ricca di significato storico e scientifico, che ancora oggi viene utilizzata sia in ambito artistico sia didattico.


La cianotipia nasce nel 1842, grazie allo scienziato e astronomo inglese John Frederick William Herschel. Herschel era interessato a trovare un metodo alternativo alla fotografia tradizionale dell’epoca, che fosse più economico e stabile. Scoprì così che una miscela di sali di ferro, esposta alla luce e successivamente lavata con acqua, produceva immagini di un blu profondo chiamato blu di Prussia. Questa scoperta non solo diede origine alla cianotipia, ma aprì anche nuove strade nella riproduzione delle immagini.

Una delle prime e più importanti applicazioni della cianotipia fu quella dei blueprint, ovvero i progetti tecnici utilizzati in architettura e ingegneria fino a buona parte del Novecento. 


Ma la cianotipia è legata anche alla storia della scienza: la botanica inglese Anna Atkins fu la prima donna a pubblicare un libro fotografico, utilizzando proprio questa tecnica per catalogare alghe e piante, dimostrando come la fotografia potesse diventare uno strumento scientifico oltre che artistico.

Dal punto di vista pratico, la cianotipia è una tecnica fotografica senza macchina fotografica. Si prepara una soluzione chimica a base di citrato ferrico ammoniacale e ferricianuro di potassio, che viene stesa su carta o tessuto. 


Una volta asciutta, la superficie viene esposta alla luce solare o ultravioletta, con sopra oggetti, negativi o sagome. Dopo l’esposizione, basta un semplice lavaggio in acqua per far apparire l’immagine finale. Le parti esposte diventano blu, mentre quelle coperte restano chiare.

Questo processo rende la cianotipia particolarmente interessante anche per lo studio della fisica. Infatti, il funzionamento della tecnica è legato all’azione della luce e alla sua energia. 


I raggi ultravioletti provocano una reazione chimica che trasforma i sali di ferro, rendendo visibile l’immagine. In questo modo, la cianotipia può essere utilizzata per comprendere concetti come l’interazione tra luce e materia, l’intensità luminosa, il tempo di esposizione e le reazioni fotochimiche.

In ambito fotografico e artistico, la cianotipia viene oggi riscoperta come forma di sperimentazione creativa. Molti artisti la utilizzano per creare immagini dal forte impatto visivo, combinandola con collage, disegni o fotografie digitali. 


Allo stesso tempo, è molto apprezzata nelle scuole perché è sicura, accessibile e istruttiva, permettendo agli studenti di osservare direttamente un processo scientifico trasformarsi in immagine. Proprio da questo, l’idea di un percorso di Formazione scuola lavoro a cura dell’ Associazione Montessori per un totale di 20 ore e circa 40 studenti coinvolti. 

Il nostro percorso si suddivide in tre step: gli studenti in primis apprenderanno le tecniche fotografiche per la stampa con dei laboratori scolastici dal vivo, andranno poi in giro per Roma per fare degli scatti dal vivo ricercando il collegamento tra l’arte classica greca e l’arte romana (da qui il titolo Γράφω το φως) e infine allestiranno una mostra a fine anno a scuola. 

La cianotipia non è per me solo una tecnica fotografica antica, ma un vero e proprio ponte tra le discipline, raccontando la storia della fotografia e insegnando i principi di chimica e fisica. In un mondo dominato dal digitale, il suo blu intenso ci ricorda che la scienza e l’arte possono nascere anche da processi semplici, lenti e affascinanti, che riporteranno gli studenti a quella “nostalgia vintage” tipica del blu che, purtroppo, non esiste più.


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