• AC Scuola Montessori APS

La memoria: ricettacolo della storia dell'umanità

di Andrea Fundarò

5A Liceo Classico



Quid dicam de thesauro rerum omnium, memoria?

E che dire del tesoro di ogni cosa che è la memoria?

(Cicerone, De oratore, I 5)


Tutto cade nell’oblio della morte, sola sussiste e si mantiene nel canto la memoria. Sin dalla notte dei tempi, l’uomo tenta disperatamente, per scutum per ocream, in ogni modo più immaginoso, meno immaginoso, di imprimere, scolpire, incidere in ogni fibra dell’essere il ricordo di sé. Ché altrimenti, essendo evanescente e fumoso come un’ombra, effimero come la fioritura dei ciliegi in primavera, si dileguerebbe in un limbo senza fondo, nel nulla eterno che l’attende una volta varcato l’estremo passo. I Greci, con la loro acuta sensibilità, intesero più di ogni altro popolo il valore della memoria, sì che ne fecero una dea, figlia di Urano e Gea, e la ascrissero al novero degli spiriti celesti che abitano le vette d’Olimpo: si tratta di Mnemosyne, colei che covò nel grembo le sacre Muse. L’epos omerico, che riecheggia storie remotissime attinte ora dagli Hittiti, ora dai Babilonesi e da tutte le altre genti che si stanziarono tra il Tigri e l’Eufrate, l’archetipo e la fonte di tutto l’Occidente, è un canto della memoria tramandato nei secoli dei secoli. Fu il filologo e grecista Milman Parry (1902 – 1935) il primo ad analizzare approfonditamente il fenomeno degli epiteti formulari che ricorrevano in tutta l’Iliade e l’Odissea, osservando come l’aedo si servisse di tali schemi metrici per memorizzare il poema: così Achille è piè veloce (πόδας ὠκύς, podas ōkys), Atena dagli occhi azzurri (γλαυκῶπις, glaukôpis). Egli concluse che i poemi omerici fossero trasmessi oralmente di generazione in generazione, almeno fino al VI secolo a.C., quando il tiranno Pisistrato decretò che fossero messi per iscritto, e la loro economia fosse il riflesso delle mappe cognitive che la mente umana produce: insomma, che i poemi omerici non fossero solo un pozzo di scienza e costumi, ma anche uno specchio dell’animo e della psiche umane. Basti studiare il proemio di un poema epico – dall’Iliade alle Argonautiche, dalle Dionisiache all’Eneide – e si scoprirà quanto ognuna di queste opere sia intrisa, emani un effluvio irresistibile di memorie: Omero, Apollonio Rodio, Nonno di Panopoli e Virgilio pregano una Musa o una divinità come Apollo di intervenire, di invasare il poeta ispirato e di cantargli gli arcani della guerra di Troia, della conquista del Vello d’Oro, delle imprese di Dioniso, della missione fatale di Enea. Così il poeta instaura un legame con la dimensione sacrale e religiosa e diventa sacerdote, erede di una lunghissima fiumana di memorie, che si perdono nella prima aurora del genere umano. Questo è il compito cui egli assolve: raccontare la storia del mondo dalle sue origini, gli eventi che segnarono il corso dei fatti, gli eroi e le donne che compirono gesta inaudite, di modo che possano sopravvivere alla morte e continuare a vivere nelle menti dei posteri. Il canto eterna, ostacola l’opera ineluttabile del tempo che tutto rapisce, plasma ogni ricordo in crisalide, nell’attesa che riaffiori agli occhi di un nuovo lettore. Dopo tutto, le vie gnoseologiche che l’uomo batte sono fatte del tessuto dei ricordi: l’anima dei giusti, infatti, abbandonato il carcere del corpo, finalmente affrancatasi e libera di sorvolare i cieli del sapere, raggiunge il mondo che galleggia al di sopra della volta celeste: l’iperuranio. Qui, sostiene Platone, l’anima compie il suo viaggio iniziatico tutto volto alla visione delle Idee, camminando per quattro giorni fino all’arcobaleno, dove pende il fuso del destino ordito dalle Parche, che posa sulle ginocchia di Ananke, la Necessità. Dunque, disposta in ordine assieme ai suoi simili da un araldo, l’anima viene giudicata da Lachesi, la Parca del presente, e invitata a scegliere di libero arbitrio la sorte e la vita future, per poi ricevere in dono dalla dea il daimon, il genio tutelare che ha il compito di sorvegliare il corretto compimento della vita prescelta. Allora accede al giardino delle Idee, dove può contemplare l’archetipo di ogni conoscenza, la cui memoria rimarrà impressa nelle successive reincarnazioni. Così l’uomo conosce perché ricorda, e l’esperienza sensibile non è che l’innesco di una misteriosa memoria. A questa teoria della reminiscenza si fondò anche l’antroposofia del teosofo austriaco Rudolf Steiner (1861 – 1925), che in una delle sue opere più celebri, la Cronaca dell’Akasha, presenta la prima razza delle generazioni degli uomini come la gente più antica e perfetta: gli Atlanti, abitatori della mitica isola sommersa dall’oceano, disponevano di facoltà e proprietà assai diverse da quelle dell’uomo moderno. Essi non erano forniti della ragion di calcolo, dell’intelletto razionale o delle facoltà combinatorie proprie dei moderni, né ragionavano per concetti: per immagini bensì. L’educazione che veniva laggiù impartita si basava sull’esperienza e sui ricordi degli anziani, custodi di un sapere millenario che tramandavano ai loro figli: così era saggio non chi aveva molto studiato, ma chi aveva molto vissuto, chi aveva assistito al volgere delle stagioni e al trascorrere degli anni. La memoria è uno scrigno ricco di tesori inestimabili, è una terra pingue e fertile che partorisce messi propizie, è un seme da cui cresce e si alimenta l’albero della vita: è il miele che cosparge della sua dolcezza l’orlo di un calice di amaro assenzio, così come la maledizione immortale delle cruente tragedie che si vorrebbe dimenticare. Scrive Agostino d’Ippona: <<Giungo allora ai campi e ai vasti quartieri della memoria, dove riposano i tesori delle innumerevoli immagini di ogni sorta di cose, introdotte dalle percezioni; dove sono pure depositati tutti i prodotti del nostro pensiero, ottenuti amplificando o riducendo o comunque alterando le percezioni dei sensi, e tutto ciò che vi fu messo al riparo e che l’oblio non ha ancora inghiottito e sepolto (Conf., X, 8 12)>>. Ma ricordare non solo è dolce - ricordare la terra che ci generò, il genitore che ci allevò, i luoghi e gli incontri, le persone e le case che hanno formato quel che noi ora siamo, che hanno gettato le fondamenta di quel che noi saremo – è soprattutto doveroso e necessario. Ricordare è il nostro dovere in quanto uomini, è l’ufficio di tutti coloro che non vogliono dimenticare i propri padri, le proprie radici, la propria identità: sì, perché sono i ricordi, assieme al nostro nome, a stabilire chi siamo, da dove veniamo e dove desideriamo andare. Analogamente, ricordare è anche il dovere dell’umanità intera, acciò che i suoi progenitori e tutta quanta la storia non cadano nell’oblio, perché possano insegnare ancora qualcosa a chi è pronto ad ascoltare: questo è il grande mistero delle antichità, accadere tutto per la prima volta in un modo eterno. Per questo bisogna aver cura dei defunti, custodirne il prezioso sepolcro, tramandarne il nome e gli atti così come noi li abbiamo mutuati, ricordarli ogni giorno della nostra vita: perché non vi è nulla di più formidabile e tremendo che dimenticare coloro che amammo, coloro che ci amarono. Per questo bisogna rispettare, d’un rispetto rasentante la venerazione, le opere degli antichi, noi che siamo i loro guardiani e ispettori, figli del passato e creature in balìa del caso, noi che viviamo un presente tedioso e volgiamo lo sguardo a un futuro imperscrutabile, quando è nella memoria di ciò che fu che giace il segreto dell’eternità. Ora è giunto il momento di spiccare queste pupille tanto offuscate e opache dal progresso all’infinito che minaccia ogni nostro valore, ogni principio di humanitas; ora è giunto il momento di abolire la damnatio memoriae che aleggia sulle immagini del passato, per vederci chiaro e contemplare, senza schermi né veli, il sole della verità; ora è giunto il momento di interrompere i sillogismi e tutta questa retorica prolissa e morbosa, per guarire finalmente dal cancro dell’istrione e dei filosofastri, per godere di una vita sotto il cielo limpido e terso dell’antica primavera. I crimini ineffabili, i peccati primogeniti, tutte le atrocità e le efferatezze commesse dall’uomo nel corso della storia non possono, anzi non devono cadere nell’oblio della disgregazione, ma in amata compagine sopravvivere fino ai nostri giorni e oltre, volare leggiadre e senza catene alla volta del futuro, per annunciare ciò che è stato, ciò che non si deve più verificare: così l’uomo trae consiglio, dalla flebile e altisonante voce del suo maestro, che è Omero, che è ogni pioniere che ha presentito il veleno del mondo presente e l’ha cantato perché noi ne facessimo un nettare afrodisiaco. Vita mortuorum in memoria est posita vivorum (Cicero, In M. Antonium oratio Philippica IX, 5), ovvero la vita del mondo riposa nella memoria dei viventi.

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